Nei conventi medievali si esercitava l’attività di scrittura a mano, dedicata soprattutto alla copiatura dei testi di maggiore rilevanza, spesso associata all’arte della miniatura. I copisti, detti monaci amanuensi, lavoravano tutti i giorni in una sala del convento “lo scriptorium”, scelta tra i locali più luminosi
Leggendo il libro di Alberico Pagnani “ La storia di Sassoferrato”, sono venuto a conoscenza che un Codice dantesco, conservato nella biblioteca Laurenziana di Firenze, fu manoscritto a Sassoferrato nel 1355, come riferito in una nota dell’Autore: “Completum fuit istud opus anno Domini MCCCLV die ultimo mensis februarii in terra Saxiferrati”.
Non essendo noto il nome del copista, Pagnani ritiene che molto probabilmente l’opera sia stata manoscritta in uno dei vari monasteri allora esistenti a Sassoferrato: “Non conosciamo l’autore, ma in un tempo in cui la cultura si era rifugiata nei conventi è facile supporre che si tratti di un religioso, cittadino di Sassoferrato per nascita o per adozione”.
Voglio avanzare due considerazioni per sottolineare il valore e l’importanza di questo antico Codice della Commedia di Dante.
E’ rilevante il fatto che sia stato incluso nella raccolta dell’ Antica Vulgata di Giorgio Petrocchi. Egli ha curato un’edizione critica della Divina Commedia interpretando i Codici danteschi anteriori al !355, perché riteneva che fossero meno contaminati e quindi più fedeli al testo originario del poema. Fa parte quindi dei manoscritti scelti da Petrocchi per il testo ufficiale della Divina Commedia pubblicata nel 1966.
Il secondo rilievo è riferito alla letterata tedesca Marcella Roddewing che nel suo “Repertorio dei Codici danteschi” riporta questa recensione: “Questo manoscritto cartaceo della Commedia copiato nel febbraio 1355 a Sassoferrato, in scrittura semigotica e bastarda, è un’autorevole testimonianza del poema dantesco”. La scrittura semigotica e bastarda è un tipo di corsivo usato nei testi in volgare. Deriva dal gotico ma è più facilmente leggibile.
Ho potuto consultare questa opera nella Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze che si trova in piazza San Lorenzo dentro il chiostro dell’omonima Basilica. Vi sono conservati centotrentuno Codici danteschi. Il manoscritto di Sassoferrato è catalogato con la sigla Pluteo 40.22. La collezione dei Plutei prende il nome dal banco di legno con piano inclinato che serviva per la lettura dei libri.
E’ uno dei manoscritti più antichi, compilato soltanto trentaquattro anni dopo la morte del poeta. Ha una dimensione medio-piccola ed è composto da centodiciannove pagine. E’ arricchito da iniziali filigranate colorate in rosso e blu che aprono ogni canto e ogni capitolo, ( FIGURA 1). Altro elemento di pregio è il fatto che della trentina di Codici che fanno parte dell’Antica Vulgata quattro, tra cui questo, sono impaginati su un’unica colonna. Soltanto dalla seconda metà del 1300 divennero preponderanti rispetto a quelli con due colonne.
Nelle note riportate a margine dall’Autore si trovano voci dialettali marchigiane, che sono commentate da Nicola Zingarelli nei suoi studi di filologia romanza dedicati alle parole della Divina Commadia aliene dalla parlata fiorentina.
Oltre ottocento Codici della Divina Commedia sono custoditi gelosamente nelle biblioteche storiche in Italia e all’estero. Gli amanuensi potevano usare fogli membranacei di pergamena oppure fogli di carta filigranata. Il manufatto cartaceo più affidabile ed economico ha contribuito alla diffusione del poema dantesco incrementando la produzione dei manoscritti.
Alcuni oggi, tra cui quello compilato a Sassoferrato, sono stati riprodotti in una teca digitale e si possono consultare on-line sfogliandoli pagina per pagina. Compilati dopo la morte di Dante avvenuta nel 1321, la loro produzione è durata per tutto il XV secolo, venendo progressivamente a cessare dopo l’introduzione della stampa a caratteri mobili, che in Italia è iniziata a Foligno nel 1474.
Nel periodo medievale le cartiere di Fabriano avevano conquistato il monopolio dei mercati, quindi molti Codici cartacei sono stati scritti con la loro carta bambagina.
Consultando il Pluteo 40.22 presso la biblioteca Laurenziana, ho evidenziato nelle sue pagine e fatto fotografare un segno tipico e ricorrente della carta medievale di Fabriano il giglio semplice ( FIGURA 2) Nel dizionario Briquet è contrassegnato con il numero 6746, che corrisponde alla sigla XIX 2 della collezione Zonghi.
Ricercare direttamente “i segni” nei Codici non è comunque sufficiente per stabilire la provenienza della carta usata per scriverli.
Giovanni Luzi, esperto in materia, ha effettuato un accurato studio per conto della Fondazione Fedrigoni ed ha approfondito il ruolo che riveste la carta medievale di Fabriano nella compilazione dei Codici danteschi. La metodologia usata per identificare le filigrane e risalire alla cartiera che le ha prodotte è piuttosto complessa. Come ho già detto non basta confrontare il segno dei fogli con quello riportato nelle specifiche raccolte.
Giovanni Luzi ha consultato anche il Pluteo 40.22. Dallo studio dei fogli filigranati che compongono le sue pagine ha concluso che dei segni riscontrati soltanto una parte possono essere attribuiti alle cartiere di Fabriano, mentre altri lasciano aperte alcune ipotesi sulla provenienza della carta.
Sassoferrato è un centro di riferimento importante nel panorama culturale della Regione Marche. Le Istituzioni locali organizzano spesso iniziative di successo che contribuiscono a valorizzare i suoi beni storici, artistici, archeologici. Una nuova iniziativa potrebbe essere promossa per accrescere il patrimonio dei suoi musei, nei quali esporre una copia in ristampa anastatica del Codice sassoferratese. Sarebbe possibile effettuarla previa richiesta alla biblioteca Laurenziana di Firenze.

FIGURA 1 – INIZIO PRIMO CANTO

FIGURA 2 – GLIGLIO SEMPLICE






