L’ OSPEDALE “UMBERTO I” NELL’ANTEGUERRA
Sono trascorsi 150 anni dal 1874, l’anno in cui l’ospedale civico fu collocato nell’ex monastero di Sant’Agostino.
Il suo ingresso monumentale era sormontato da una grande aquila; un’ immagine che è legata ai ricordi della mia infanzia.
Questa parte dell’ospedale fu distrutta nel 1944, a seguito dei bombardamenti aerei.

Pur con tutti i limiti di adattamento ad un edificio tipicamente conventuale, poteva tuttavia giovarsi di una struttura compatta, corrispondente alla parte dell’ospedale definita “ala A”, che è diventata inagibile a seguito dell’ultimo terremoto.
Nel primo dopoguerra fu costruito un nuovo ingresso e il nome dell’ospedale venne dedicato al dottor Engles Profili, martire della violenza fascista.
IL PROGETTO INEVASO PER UN MONOBLOCCO MODERNO
Alcuni anni fa Ferruccio Cocco ha pubblicato un articolo (L’Azione 17 apr. 2021) “Il progetto di un ospedale tutto nuovo”.

Nel 1984 un ospedale nuovo e moderno si sarebbe potuto realizzare sulla collina di Vedretta; località amena sotto il profilo paesaggistico e in posizione strategica rispetto agli assi stradali di collegamento con il comprensorio.
Il progetto eseguito dal “Gruppo R.P.A. di Perugia” proponeva un modello tipologico, compatto e flessibile, conforme all’orientamento progettuale che era allora innovativo. Ma è rimasto inevaso perché la Regione non si avvalse di uno specifico contributo europeo.
Si sarebbe realizzato un monoblocco ospedaliero ad alto contenuto tecnologico e operativo, simile a quello che qualche anno dopo la Regione Umbria fece costruire in località Branca.
L’ATTUALE OSPEDALE CON TIPOLOGIA A POLIBLOCCO
Conosco il progetto preliminare del Gruppo coordinato dall’architetto Paolo Castelli, perché l’allora Presidente della USL 11 Leandro Mariani mi chiese di partecipare alla progettazione come consulente sanitario. Una prestazione professionale che avrei offerto volontariamente per la mia città natale.

Nella relazione, che presentai come base di partenza per un dibattito più approfondito, avevo prospettato in prima istanza che il poliblocco progettato avrebbe comportato assetti distributivi molto dispersivi, perché costituito da quattro padiglioni, ancorché collegati tra loro. Sarebbe stato più opportuno invece ricorrere ad un monoblocco compatto, simile a quello non costruito nel 1984 sulla collina di Vedretta.
Con il progetto in allestimento si sarebbe realizzata la tipologia ormai superata degli ospedali a padiglione. Come si può rilevare nella figura planimetrica sottostante, l’allineamento dei quattro corpi di fabbrica è pari a circa 200metri.

In seconda istanza, se si fosse dovuto procedere secondo il progetto preliminare, proposi due modifiche:
1 – Edificare un solo padiglione di degenza, sufficiente per accogliere i ricoveri previsti in base ai parametri di ospedalizzazione allora vigenti, e costruire un “corpo a piastra”, nel quale inserire le attività ospedaliere alternative e/o complementari a quelle di ricovero: prestazioni in day hospital, interventi endoscopici, visite ambulatoriali specialistiche, attività di riabilitazione.
2 – Sostituire i due corpi centrali ( E/D) con un unico edificio di adeguate dimensioni per accogliere l’emergenza, le terapie intensive, il comparto operatorio e le diagnostiche.

Con queste modifiche non sarebbe stato necessario ricorrere oggi ad un corpo di fabbrica aggiuntivo, la cosiddetta “palazzina”.
Il rapporto di consulenza non ebbe seguito per il mancato avvallo della Direzione Amministrativa. Pertanto la parte nuova dell’ospedale fu costruita come previsto nel progetto preliminare e come oggi la vediamo.
LA SITUAZIONE DOPO L’ULTIMO TERREMOTO
A seguito del sisma che ha colpito la città nel 2016 si è resa inagibile la parte originaria dell’ospedale, l’ala “A”.
Il trasferimento delle attività che qui si svolgevano ha determinato molte difficoltà sul piano funzionale ed organizzativo. Alcuni servizi adattati in locali provvisori e inadeguati sono attualmente in grande sofferenza. Non è previsto il suo recupero e probabilmente rimarrà abbandonata in via definitiva.
Il principale problema odierno è che i padiglioni ospedalieri, costruiti trenta anni fa, non hanno i requisiti di sicurezza sismica stabiliti dalla normativa attualmente in vigore. La Regione avrebbe potuto utilizzare gli ingenti fondi del Masterplan, che sono finalizzati anche per interventi di messa in sicurezza, quantomeno per accertare le loro condizioni di stabilità rispetto alla vulnerabilità sismica.
Altro punto critico è rappresentato dalla struttura centrale (corpo E e corpo D) che nel corso del tempo è diventata insufficiente per le attività che vi sono collocate.
Per sopperire a questa carenza la Regione, con i fondi del Masterplan, ha finanziato la “palazzina dell’emergenza” .
Premetto che si tratta di una struttura antisismica, moderna e funzionale per le attività che vi sono collocate: pronto soccorso, terapie intensive, sale operatorie.
Tuttavia è un corpo estraneo che allungherà e aggraverà ulteriormente le percorrenze ospedaliere. Avrà sede nell’area dell’attuale parcheggio e sarà collegata al complesso esistente tramite una passaggio a ponte coperto, all’altezza del primo piano.

L’ospedale di Fabriano è un complesso strutturale che soffre per una serie d’ interventi avvenuti in successione nel tempo: ala A, corpi centrali E/D, padiglioni di degenza, palazzina dell’emergenza.
Oltretutto questa procedura frammentaria, priva di una visione strategica unitaria, elude il problema della tenuta complessiva dei fabbricati esistenti..
Ritengo che il finanziamento concesso sia riduttivo: 21 milioni a fronte di oltre un miliardo a disposizione per l’edilizia sanitaria regionale.
Inoltre il provvedimento non è risolutivo, perché in caso di eventi calamitosi anche i padiglioni esistenti potrebbero diventare inagibili, come l’ala A.
Di conseguenza nell’ unico ospedale del vasto comprensorio montano rimarrebbe in funzione soltanto la nuova palazzina.
Concludo con un rilievo positivo riferito ai medici e agli infermieri, che lavorano con capacità e abnegazione ottenendo in alcuni settori operativi risultati eccellenti con interventi di alta professionalità.
Nonostante la costante carenza degli organici, il personale fa fronte ad un alto numero di prestazioni in regime di emergenza, di ricoveri, di attività ambulatoriali e riabilitative, a favore di coloro che necessitano di assistenza e cure ospedaliere.
< L’articolo è stato oggetto della relazione tenuta il 3 maggio 2024 nella biblioteca comunale e fa parte del ciclo di lezioni “un’ora di storia locale” organizzato da Labstoria >
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